Mi girano i Qubi.
Prologo. Mi hanno rubato la macchina nel box 5 mesi fa. Non un Mercedes, ma un fantastico Qubo Natural Power grigio garbato. Uno scherzetto che mi è costato 5000 € di differenza tra il rimborso assicurativo e l'acquisto di quella nuova. In più, a mio dileggio, 500 € circa di pratiche per rinunciare al possesso del bene rubato. Poi 4 mesi e mezzo senza auto e qualche ettolitro di bile versata nello stomaco per le tre fasi del lutto che ho ben spiegato nel mio saggio "Chi mi ha ciulato la macchina?", ma che si possono sintetizzare in "deluso, amareggiato e anche un po' incazzato!".
In cinque mesi ormai avevo superato la perdita e cominciato a scorazzare col mio nuovo Qubo Multijet verde buonumore, finché...
Rientro dal chiosco e trovo nella cassetta delle bollette (già cassetta delle lettere) una busta verde colica.
In evidenza la scritta Notifica. Sotto, con lo spazio per segnare l'oggetto su due righe distinte 'atto penale' e 'atto amministrativo'. Il notificatore, evidentemente incapace non soltanto di scrivere, ma anche di apporre delle x, ha pensato non fosse necessario farmi sapere cosa aspettarmi.
Mittente? Polizia di Corsico. Municipale, di stato, ferroviaria? Troppo complesso specificarlo.
Polizia, accontentati!
A me che se prendo una multa cerco di pagarla il giorno stesso a costo di viaggiare a oltranza fino al primo ufficio postale aperto, già montava l'ansia. Tanto più che in stato cosciente né io né Sonia siamo transitati da Corsico nell'ultimo decennio (il sonnambulismo dovrebbe essere inserito nelle attenuanti generiche).
Apro la posta di Casnate puntualissimo alle 8.30 (io, non le impiegate che incuranti delle mie paure chiacchieravano amabilmente raccontandosi il week-end) e finalmente scopro l'arcano.
L'atto è una multa che l'accertatrice Pinco Pallina (come nei migliori verbali, cognome e nome) ha sanzionato per divieto di sosta il 6 giugno alle 11.03 (notare la precisione) al mio Qubo rubato.
L'angoscia, d'un tratto, diventa rabbia come nemmeno a Hulk (quello verde) fulminato dai raggi gamma.
Ma come? Un'agente di Polizia locale ha trovato il mio Qubo e non me l'ha riportato?
Gli danno la pistola ma non la possibilita di collegarsi qui http://goo.gl/0htqW per verificare come mai quella vettura di Como fosse a Corsico? O un telefono per verificare con la centrale?
Lo chiedo al comando del comune milanese.
...sa, se l'assicurazione è in regola, non facciamo altri controlli.
Ma l'assicurazione il 6 giugno ero scaduta
Non sarà stata esposta.
Appunto!
Magari è stato un ausiliario, sa loro non sanno.
Pallina Pinco è un ausiliario?
Non sono tenuto a rilasciarle questa informazione.
Ma in ufficio nessuno poteva fare un controllo che richiede cinque secondi?
...Sa, se l'assicurazione è in regola, non facciamo altri controlli.
(Pensiero... questo c'è o ci fa?). Sorvoliamo. La multa mi arriva da Sant'Arcangelo di Romagna e non da Corsico. Il verbale voleva fare le ferie o avete il CSI dei divieti di sosta in Romagna?
aa è la procedura...
Non so. E nemmeno so con cosa vi collegate al Pra, visto che non sono più proprietario della vettura. Piccioni viaggiatori?
Il nostro collegamento è in tempo reale
Ma il 6 giugno la macchina non era già più mia!
Le passo l'ufficio contravvenzioni
Bravo, magari mi hanno fatto altre multe e risparmiamo pratiche inutili.
♫ ♫ ♫ ♫
♫ ♫ ♫ ♫
♫ ♫ ♫ ♫
Scusi non c'è nessuno. Richiami dopo il 15
Dopo le 15?
No no, sono in ferie. Richiami dopo il 15
Ok, chiamerò il 16. Ma non è che il Qubo è ancora li?
Lo sa l'ufficio contravvenzioni
Che è in ferie. Tutto l'ufficio! Nessuno può alzare il culo e controllare? Devo avvisare i Carabinieri a cui ho denunciato il furto?
La via? La targa? Ok mando qualcuno a vedere. No no no, non chiami i carabinieri
Clic.
Ormai dovrei essere rassegnato. Organizzati per prelevare, ma non per dare servizi.
Ma a me girano i Qubi!
8 agosto 2011
4 maggio 2011
Bin Laden is dead
Bin Laden e' morto.
Anche se non lo avessero ucciso il primo maggio. Anche se fosse in una villa alle Bahamas.
Quello che sta succedendo in Nord Africa in questi mesi e' la sua morte.
Non e' una panacea, potrebbe regalare nuovi dolori a quei popoli, ma la "rivoluzione dei gelsomini" e' qualcosa di profondamente diverso da quanto predicato da Bin Laden.
Per questo si può credere ad Obama.
Bin Laden is dead!
Anche se non lo avessero ucciso il primo maggio. Anche se fosse in una villa alle Bahamas.
Quello che sta succedendo in Nord Africa in questi mesi e' la sua morte.
Non e' una panacea, potrebbe regalare nuovi dolori a quei popoli, ma la "rivoluzione dei gelsomini" e' qualcosa di profondamente diverso da quanto predicato da Bin Laden.
Per questo si può credere ad Obama.
Bin Laden is dead!
9 aprile 2011
Fora de ball
Cori razzisti al Palasampietro? Pur sapendo di correre un rischio incredibile, quello di banalizzare e sminuire una vicenda che invece potrebbe richiedere analisi più attente di quelle di un cronista sportivo, posso affermare che il problema non esiste.
Lo dico con una certa cognizione di causa perché ho assistito alla posa delle fondamenta del più bel palazzetto della provincia e ci ho passato le mie migliori giornate imparando lo sport e l’amicizia. Sotto quegli imponenti archi di legno ho conosciuto alcune tra le migliori persone che frequento, di quegli spogliatoi conosco ogni piastrella, secondo in questo forse soltanto a mio padre che ne ha fatto una seconda casa.
Mi spiego meglio. Raccontano le cronache, di cui purtroppo non sono testimone oculare, di una quindicina di tifosi che alla fine della partita tra Comense e Geas Sesto, giocata nel palazzetto delle nerostellate mercoledì sera e valevole per il primo turno dei play-off, abbiano insultato con epiteti razziali la giocatrice italiana di colore Abiola Wabara. La ragazza in questione, dicono abbia reagito alla provocazione guadagnandosi altri insulti e forse anche uno sputo prima di tornare negli spogliatoi. Questa e la cronaca e non la vogliamo mettere in discussione.
Ma se la notizia poi diventa (come su un quotidiano nazionale) “Como, la cestista è di colore: fora de ball” allora ci tocca protestare.
Cosa sara successo mai? All’improvviso senza nessuna avvisaglia il Palasampietro è diventato un covo di razzisti? Non credo proprio.
Contestualizziamo l’episodio.
Un derby cestistico, una gara importante agonisticamente, un gruppetto di ultras verosimilmente mai presenti al Palasampietro, ma importati dalla curva del Calcio Como di cui sfoggiano uno striscione ed eccitati dalla gara di cartello. Aggiungiamo una giocatrice molto muscolare capace di focalizzare la frustrazione dei tifosi poco incline a lasciarsi insultare passivamente.
Esplode così un battibecco, con un’atleta che non ha paura di far valere le proprie ragioni contro quattro energumeni abbaianti e decide, forse un po’ a sproposito, di affrontare a muso duro i provocatori.
Una decina di imbecilli? Un gesto incivile? Assolutamente sì, ma non troppo diverso dai tanti che si vedono nelle strutture sportive, soprattutto, ma purtroppo non soltanto, in quelle dove si gioca a calcio e che non risparmiano nemmeno il mondo dello sport giovanile. Non sarà un caso che l’osservatorio del ministero dell’interno che sorveglia gli episodi di violenza negli stadi voglia vietare la trasferta dei lariani in quel di Cremona.
Quindi? Dobbiamo rassegnarci e tollerare? Assolutamente no. Forse però conviene allontanarci di un passo ed inquadrare il problema nella sua interezza, non soltanto un dettaglio che non descrive che in minima parte ciò che e veramente accaduto.
Stiamo parlando del fenomeno ultras e la storia ventennale della struttura dice che il Palasampietro ne è quasi totalmente immune.
Di quello sì, posso essere testimone oculare. I pochi eccessi che si sono visti su quelle gradinate sono stati prontamente stigmatizzati e messi sotto controllo da chi vive quel palazzo che ha visto giocarsi finali di scudetto e partite di coppe europee al calora bianco. I tifosi organizzati sono sempre stati un tutt’uno con la societa eccedendo più nell’affetto verso le ragazze che non nei gesti di violenza. Di ognuno di loro potrei dire il nome ed il cognome, o forse il soprannome e nessuno si è mai fatto notare se non per qualche insulto di troppo nei confronti della terna arbitrale, ma finché non avremo anche arbitri di colore questi non faranno notizia e verranno tranquillamente metabolizzati nel folclore sportivo.
Con questo non voglio affermare che dire a qualcuno “negro di merda” equivalga a dargli dello stronzo, e nemmeno mi sfugge che ad essere insultata sia stata l’italiana di colore e non una giocatrice americana come se ne vedono ogni giorno. Eppure credo che questa sottile distinzione tra l’essere (di colore) e l’appartenere (a una razza) sia più visibile ai lettori di un quotidiano che non a questi frustrati del mercoledì sera che al massimo del giornale faranno un cappello.
A loro dico che il Palasampietro è casa mia (e di molti altri che non tollerano discriminazioni) e non sono ospito graditi.
Se la Comense avra la fortuna di giocarci ancora quest’anno (vorrà dire che si e qualificata al turno successivo) sarò presente e pronto ad invitare ad allontanarsi chiunque provi soltanto a rinnovare qualsiasi tipo di insulto razzista. Non servirà coraggio per farlo perché sono sicuro che il 99 percento di chi sarà sulle poltroncine gialle e rosse di Casnate sarà con me, dal presidente Pennestri all’ultimo arrivato tra i tifosi della Comense. “Fora de ball” lo dirò a loro perché nel palazzetto della Comense non hanno diritto di cittadinanza.
Chi grida allo scandalo non avrà cosi braci su cui soffiare dando spazio ai pochissimi imbecilli (repetita iuvant) che non trovando niente di meglio da fare hanno provato ad infiltrarsi tra i tifosi della più titolata squadra di pallacanestro femminile italiana.
A Wabara invece va un abbraccio e l’augurio che possa ritrovare la serenità che permette a una professionista di valore di ignorare gli insulti di una curva. A lei rinnoviamo l’invito di Oscar Wilde: “Mai discutere con un’idiota. Prima ti porta al suo livello e poi ti batte con l’esperienza”.
Lo dico con una certa cognizione di causa perché ho assistito alla posa delle fondamenta del più bel palazzetto della provincia e ci ho passato le mie migliori giornate imparando lo sport e l’amicizia. Sotto quegli imponenti archi di legno ho conosciuto alcune tra le migliori persone che frequento, di quegli spogliatoi conosco ogni piastrella, secondo in questo forse soltanto a mio padre che ne ha fatto una seconda casa.
Mi spiego meglio. Raccontano le cronache, di cui purtroppo non sono testimone oculare, di una quindicina di tifosi che alla fine della partita tra Comense e Geas Sesto, giocata nel palazzetto delle nerostellate mercoledì sera e valevole per il primo turno dei play-off, abbiano insultato con epiteti razziali la giocatrice italiana di colore Abiola Wabara. La ragazza in questione, dicono abbia reagito alla provocazione guadagnandosi altri insulti e forse anche uno sputo prima di tornare negli spogliatoi. Questa e la cronaca e non la vogliamo mettere in discussione.
Ma se la notizia poi diventa (come su un quotidiano nazionale) “Como, la cestista è di colore: fora de ball” allora ci tocca protestare.
Cosa sara successo mai? All’improvviso senza nessuna avvisaglia il Palasampietro è diventato un covo di razzisti? Non credo proprio.
Contestualizziamo l’episodio.
Un derby cestistico, una gara importante agonisticamente, un gruppetto di ultras verosimilmente mai presenti al Palasampietro, ma importati dalla curva del Calcio Como di cui sfoggiano uno striscione ed eccitati dalla gara di cartello. Aggiungiamo una giocatrice molto muscolare capace di focalizzare la frustrazione dei tifosi poco incline a lasciarsi insultare passivamente.
Esplode così un battibecco, con un’atleta che non ha paura di far valere le proprie ragioni contro quattro energumeni abbaianti e decide, forse un po’ a sproposito, di affrontare a muso duro i provocatori.
Una decina di imbecilli? Un gesto incivile? Assolutamente sì, ma non troppo diverso dai tanti che si vedono nelle strutture sportive, soprattutto, ma purtroppo non soltanto, in quelle dove si gioca a calcio e che non risparmiano nemmeno il mondo dello sport giovanile. Non sarà un caso che l’osservatorio del ministero dell’interno che sorveglia gli episodi di violenza negli stadi voglia vietare la trasferta dei lariani in quel di Cremona.
Quindi? Dobbiamo rassegnarci e tollerare? Assolutamente no. Forse però conviene allontanarci di un passo ed inquadrare il problema nella sua interezza, non soltanto un dettaglio che non descrive che in minima parte ciò che e veramente accaduto.
Stiamo parlando del fenomeno ultras e la storia ventennale della struttura dice che il Palasampietro ne è quasi totalmente immune.
Di quello sì, posso essere testimone oculare. I pochi eccessi che si sono visti su quelle gradinate sono stati prontamente stigmatizzati e messi sotto controllo da chi vive quel palazzo che ha visto giocarsi finali di scudetto e partite di coppe europee al calora bianco. I tifosi organizzati sono sempre stati un tutt’uno con la societa eccedendo più nell’affetto verso le ragazze che non nei gesti di violenza. Di ognuno di loro potrei dire il nome ed il cognome, o forse il soprannome e nessuno si è mai fatto notare se non per qualche insulto di troppo nei confronti della terna arbitrale, ma finché non avremo anche arbitri di colore questi non faranno notizia e verranno tranquillamente metabolizzati nel folclore sportivo.
Con questo non voglio affermare che dire a qualcuno “negro di merda” equivalga a dargli dello stronzo, e nemmeno mi sfugge che ad essere insultata sia stata l’italiana di colore e non una giocatrice americana come se ne vedono ogni giorno. Eppure credo che questa sottile distinzione tra l’essere (di colore) e l’appartenere (a una razza) sia più visibile ai lettori di un quotidiano che non a questi frustrati del mercoledì sera che al massimo del giornale faranno un cappello.
A loro dico che il Palasampietro è casa mia (e di molti altri che non tollerano discriminazioni) e non sono ospito graditi.
Se la Comense avra la fortuna di giocarci ancora quest’anno (vorrà dire che si e qualificata al turno successivo) sarò presente e pronto ad invitare ad allontanarsi chiunque provi soltanto a rinnovare qualsiasi tipo di insulto razzista. Non servirà coraggio per farlo perché sono sicuro che il 99 percento di chi sarà sulle poltroncine gialle e rosse di Casnate sarà con me, dal presidente Pennestri all’ultimo arrivato tra i tifosi della Comense. “Fora de ball” lo dirò a loro perché nel palazzetto della Comense non hanno diritto di cittadinanza.
Chi grida allo scandalo non avrà cosi braci su cui soffiare dando spazio ai pochissimi imbecilli (repetita iuvant) che non trovando niente di meglio da fare hanno provato ad infiltrarsi tra i tifosi della più titolata squadra di pallacanestro femminile italiana.
A Wabara invece va un abbraccio e l’augurio che possa ritrovare la serenità che permette a una professionista di valore di ignorare gli insulti di una curva. A lei rinnoviamo l’invito di Oscar Wilde: “Mai discutere con un’idiota. Prima ti porta al suo livello e poi ti batte con l’esperienza”.
5 aprile 2011
Del buon senso
Senza fare troppa demagogia ecco qualche domanda che vorrei che i giornalisti facessero agli immigrati tunisini e che non sono ancora riuscito a sentire:
- Hai i documenti?
- Se non li hai perchè?
- Se li hai perchè hai speso migliaia di euro per un barcone invece di un centinaio per un volo low cost?
- Dove vorresti arrivare?
- Come pensi di riuscire a mantenerti a destinazione?
- Cos'altro sai fare oltre a ciò che rappresenta la tua aspirazione?
Sono le domande di buon senso che farei a uno sconosciuto per accoglierlo in casa mia insieme ai miei cari senza metterli in pericolo e se le risposte fossero convincenti forse riuscirei a capire meglio perchè permettiamo che un'isola sia invasa da un'orda di migranti superiore alla popolazione locale.
2 marzo 2011
Ma che farà Butti?
Chiede, l'Alessio, nella sua qualità di relatore di maggioranza in commissione di vigilanza Rai, la par condicio nelle conduzioni di Ballarò ed Anno Zero, ossia la sostituzione periodica di Floris e Santoro.
Mi chiedo solo, perché limitarsi a questo?
Spero che il Butti si lasci ispirare da questi miei modesti spunti:
- Alternare anche il colore delle scenografie onde evitare la posizione dominante di alcuni colori rispetto ad altri. Prevedere scenografie speciali per i daltonici.
- Assicurarsi che almeno metà degli autori siano mancini, a tutela di una minoranza contro l'oppressione destromana dei giornalisti Rai.
- Sottotitolare i programmi anche in friulano, ladino, tedesco, sloveno, occitano, francese, francoprovenzale, albanese, greco, sardo, catalano e croato come previsto dall'articolo 6 della costituzione a tutela delle minoranze linguistiche.
- Spostare i suddetti programmi una volta al mese su Canale 5 per alimentare il libero mercato televisivo. In suburdine, onde evitare il solito chiacchiericcio legato a presunti conflitti di interessi, considerarne la trasmissione su Espansione TV.
22 febbraio 2011
Rivoluzione?
Io poi sono uno che si accontenta.Mi basterebbe non dico una RIVOLUZIONE, ma che si arrestasse finalmente la nostra INVOLUZIONE.
20 gennaio 2011
Mitridatizzato?
Sapete che cosa vuol dire mitridatizzare? Un buon dizionario direbbe "Assuefare gradualmente qualcuno a sostanze tossiche, in modo da rendere queste ultime innocue".Un trucchetto inventato da Mitridate, per sfuggire ad attentati, sperimentato dal re greco in prima persona.Mi sento mitridatizzato ogni giorno e forse sopravviverò ai veleni che respiro costantemente, ma l'assuefazione che più temo è quella della mia anima che potrebbe fare la fine di troppe anime che la circondano.
Viva sì, ma piena di veleno che non viene nemmeno più riconosciuto tale. Giorno per giorno, da anni, ci arrivano notizie del tracollo morale della nostra politica che senza più vergogna cerca di ergere le proprie debolezze a virtù. Sempre più squallida, povera di idee, individualista.
Chi alza la voce per condannare queste pratiche viene additato come moralista perché quotidianamente l'asticella che separa il lecito dall'illecito viene spostata in direzione di quest'ultimo. Chi era in prima fila nel "family day" oggi sostiene che non concedersi qualche orgetta (o bunga bunga) è da finocchio comunista, mentire è lecito, rubare da furbi.
Il malandrino non perde il suo sostegno perché chi lo ha votato perdona ogni giorno peccati più biechi e tuttalpiù preferirebbe che scendesse silenzio sulla colpa per non sputtanare il paese. Se avere una morale significa essere additato come moralista, così sia, ma la mia anima riconosce ancora il veleno e ciò che mi scandalizzava 15 anni fa mi da ancora il volta stomaco.
Non lancerò pietre perché il fardello dei peccati appesantisce la mia mano, ma lasciatemi almeno chiedere che chi è sotto scacco di facili ricatti ed è deriso dal mondo non si possa più arrogare il diritto di rappresentarmi.
27 dicembre 2010
Sorpresa
E' sempre bello sorprendersi.
Mi è successo ancora a Natale e questa è solo una delle mie fortune.
Anche se sono egoista provo a condividerla.
Si cena ed una coppia di conoscenti sottovoce programma le prossime notti da trascorrere ad accoglier barboni. Lungi dal vantarsene, che sarebbe chic farlo la notte di Natale, sono stanati da una mamma chiacchierona che ironicamente li tira in ballo lamentandosi scherzosamente del destino del figlio 'finito a dormire con i senzatetto'. Mentre i più dei presenti alla cena non sanno nemmeno di cosa parlino e si interrogano su cosa significhi lo strano nome del beato a cui è intitolata la casa di accoglienza ancora una volta mi do del coglione per aver sottovalutato chi incontro.
Poi arriva il pranzo in famiglia. Ed i doni. Da mò non sono un bimbo e non mi faccio incartare dai pacchi, ma mai quanto quest'anno la volontà di fare un dono vero si è srotolata insieme ai fiocchi colorati. E mi sono commosso anche se sono sempre più orso e si vede sempre meno. Alle esplosioni sentimentali delego Sonia che fa ampiamente la mia parte.
Così mi ritrovo a contemplare la fortuna di potermi sorprendere ogni giorno davanti a una vita che non è sempre facile, ma è sempre meravigliosa.
Auguri a tutti, soprattutto a chi non ho ancora capito quanto vale.
Mi è successo ancora a Natale e questa è solo una delle mie fortune.
Anche se sono egoista provo a condividerla.
Si cena ed una coppia di conoscenti sottovoce programma le prossime notti da trascorrere ad accoglier barboni. Lungi dal vantarsene, che sarebbe chic farlo la notte di Natale, sono stanati da una mamma chiacchierona che ironicamente li tira in ballo lamentandosi scherzosamente del destino del figlio 'finito a dormire con i senzatetto'. Mentre i più dei presenti alla cena non sanno nemmeno di cosa parlino e si interrogano su cosa significhi lo strano nome del beato a cui è intitolata la casa di accoglienza ancora una volta mi do del coglione per aver sottovalutato chi incontro.
Poi arriva il pranzo in famiglia. Ed i doni. Da mò non sono un bimbo e non mi faccio incartare dai pacchi, ma mai quanto quest'anno la volontà di fare un dono vero si è srotolata insieme ai fiocchi colorati. E mi sono commosso anche se sono sempre più orso e si vede sempre meno. Alle esplosioni sentimentali delego Sonia che fa ampiamente la mia parte.
Così mi ritrovo a contemplare la fortuna di potermi sorprendere ogni giorno davanti a una vita che non è sempre facile, ma è sempre meravigliosa.
Auguri a tutti, soprattutto a chi non ho ancora capito quanto vale.
2 ottobre 2010
Il giornalismo ai tempi del web
"...non è più accettabile che parte della redazione non lavori per il web o che si pretenda per questo una speciale remunerazione. Non è più accettabile che perduri la norma che prevede il consenso dell'interessato a ogni spostamento, a parità di mansione ..... non è più accettabile l'atteggiamento di sufficienza e di sospetto con cui parte della redazione ha accolto il successo della web tv..... prima vengono le esigenze del giornale, poi le pur legittime aspirazioni dei giornalisti".Parole queste di Ferruccio De Bortoli che condivido pienamente, mentre invece al Corriere della Sera hanno già causato uno sciopero (e un altro è preannunciato).
Sicuramente non causato soltanto da queste parole, ma il sospetto che mentre il mondo della carta stampata sta franando la maggiorparte dei giornalisti non se ne rende conto e ritiene le condizioni qui sopra delineate come inaccettabili è quasi una certezza.
20 settembre 2010
Se un ferro da stiro preso in discarica vale un arresto
Il post di oggi non è mio, ma di Sara Brachetti, redattrice de l'Ordine, che è stata capace di commuovermi.
Grazie Sara, qualche giorno dopo la pubblicazione, ti presento ai miei amici.
Oleksij sapeva che stava rubando.
Aveva atteso che calasse un po’ di buio per passare inosservato agli altri almeno, se a se stesso non riusciva e non poteva.
Cinquantaquattro anni e così ridotto dalla miseria e dalla solitudine, lontano dalla terra che ti fa sentire a casa anche se non offre futuro e ti costringe a emigrare per cercare la fortuna che deve star per forza altrove. E invece si finisce giù in discarica, ad adocchiare un ferro per stirare i panni, a tentare di portarlo via con la vergogna di chi non se lo può permettere, ché gli spiccioli in avanzo servono a campare, mica agli sfizi: e la camicia ben in ordine è un di più, non necessità. Quando lunedì è arrivata l’auto dei carabinieri, lui ancora lì in via Santa Maria, sguardo colpevole e mortificato, s’è sentito uno sciocco, incapace pure di commettere un furto spinto dal bisogno; inetto alla vita e alle regole del mondo e da esso dunque punito giustamente, ha riflettuto in fretta, mentre lo portavano via in manette.
L’aveva visto il sindaco, mica uno qualunque, il primo cittadino di Turate e segretario del presidente provinciale, mentre con modi circospetti si aggirava nei dintorni della piattaforma: e poco gli è importato che non fosse fare criminale ma imbarazzo, desiderio di sbrigarsela al più presto e rimanere persona perbene.
Cristiano Banfi ha contattato la caserma, perché intervenisse contro quel pover uomo: ma così non l’ha chiamato con pietà, per lui era solo un ladro, giacché se si comincia a far distinguo tutti restano impuniti e in paese cresce il caos.
Così Oleksij Anikitoi, nazionalità ucraina, è finito dietro le sbarre in attesa di processo, guardato a vista da due militari che poi l’hanno accompagnato in tribunale, a raccontare al giudice il suo misfatto. Furto aggravato la sua accusa, alla stregua di chi qualche giorno prima, in chiesa a Novedrate, s’era portato via il reliquiario, una croce di valore in oro e rame con i resti di Santo Carpoforo: e anche se la legge a lui aveva aggiunto un aggettivo, quel “tentato” merito non suo ma
dei carabinieri che l’avevano fermato, restava l’onta uguale, e i due mesi di condanna.
“Materiale ferroso” l’hanno definito i militari con superficialità sospetta, ad accrescere il peso di un
fatto invece misero, che pretendeva non indulgenza ma buonsenso.
Olekseij, che s’è rassegnato alla gravità della sua colpa senza opporre scuse, neppure s’era reso conto che quel ferro con cui voleva farsi presentabile al mattino nemmeno funzionava, un aggeggio da buttare non per il capriccio di sostituirlo con l’ultimo modello e più efficiente, ma perché irrimediabilmente fuori uso.
Castigato senza sconti per la sua povertà che l’ha spinto a rinunciare alla dignità, dai carabinieri che non si sono fatti bastare la denuncia ma hanno deciso per l’arresto; trattato, con le parole e gli atti ufficiali, al pari di un membro di un’organizzazione criminale che ruba per rivendere, non per indigenza: lui ha subito senza protestare, troppo grezzo per fare differenze.
Avesse intuito invece tutto questo, lui così ingenuo da infilarsi sotto il braccio nient’altro che un rottame, avrebbe allora pensato di aver sbagliato avverbio sulle prime, e che la giustizia
non è poi sempre così giusta come immaginava.
Grazie Sara, qualche giorno dopo la pubblicazione, ti presento ai miei amici.
Oleksij sapeva che stava rubando.
Aveva atteso che calasse un po’ di buio per passare inosservato agli altri almeno, se a se stesso non riusciva e non poteva.
Cinquantaquattro anni e così ridotto dalla miseria e dalla solitudine, lontano dalla terra che ti fa sentire a casa anche se non offre futuro e ti costringe a emigrare per cercare la fortuna che deve star per forza altrove. E invece si finisce giù in discarica, ad adocchiare un ferro per stirare i panni, a tentare di portarlo via con la vergogna di chi non se lo può permettere, ché gli spiccioli in avanzo servono a campare, mica agli sfizi: e la camicia ben in ordine è un di più, non necessità. Quando lunedì è arrivata l’auto dei carabinieri, lui ancora lì in via Santa Maria, sguardo colpevole e mortificato, s’è sentito uno sciocco, incapace pure di commettere un furto spinto dal bisogno; inetto alla vita e alle regole del mondo e da esso dunque punito giustamente, ha riflettuto in fretta, mentre lo portavano via in manette.
L’aveva visto il sindaco, mica uno qualunque, il primo cittadino di Turate e segretario del presidente provinciale, mentre con modi circospetti si aggirava nei dintorni della piattaforma: e poco gli è importato che non fosse fare criminale ma imbarazzo, desiderio di sbrigarsela al più presto e rimanere persona perbene.
Cristiano Banfi ha contattato la caserma, perché intervenisse contro quel pover uomo: ma così non l’ha chiamato con pietà, per lui era solo un ladro, giacché se si comincia a far distinguo tutti restano impuniti e in paese cresce il caos.
Così Oleksij Anikitoi, nazionalità ucraina, è finito dietro le sbarre in attesa di processo, guardato a vista da due militari che poi l’hanno accompagnato in tribunale, a raccontare al giudice il suo misfatto. Furto aggravato la sua accusa, alla stregua di chi qualche giorno prima, in chiesa a Novedrate, s’era portato via il reliquiario, una croce di valore in oro e rame con i resti di Santo Carpoforo: e anche se la legge a lui aveva aggiunto un aggettivo, quel “tentato” merito non suo ma
dei carabinieri che l’avevano fermato, restava l’onta uguale, e i due mesi di condanna.
“Materiale ferroso” l’hanno definito i militari con superficialità sospetta, ad accrescere il peso di un
fatto invece misero, che pretendeva non indulgenza ma buonsenso.
Olekseij, che s’è rassegnato alla gravità della sua colpa senza opporre scuse, neppure s’era reso conto che quel ferro con cui voleva farsi presentabile al mattino nemmeno funzionava, un aggeggio da buttare non per il capriccio di sostituirlo con l’ultimo modello e più efficiente, ma perché irrimediabilmente fuori uso.
Castigato senza sconti per la sua povertà che l’ha spinto a rinunciare alla dignità, dai carabinieri che non si sono fatti bastare la denuncia ma hanno deciso per l’arresto; trattato, con le parole e gli atti ufficiali, al pari di un membro di un’organizzazione criminale che ruba per rivendere, non per indigenza: lui ha subito senza protestare, troppo grezzo per fare differenze.
Avesse intuito invece tutto questo, lui così ingenuo da infilarsi sotto il braccio nient’altro che un rottame, avrebbe allora pensato di aver sbagliato avverbio sulle prime, e che la giustizia
non è poi sempre così giusta come immaginava.
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